Ciao sono eco(work)
Vedi il mio profilo


Settembre 2008

DLMMGVS
1 2 3 4 5 6
7 8 9 10 11 12 13
14 15 16 17 18 19 20
21 22 23 24 25 26 27
28 29 30

Tag

Diffondi i contenuti

Aggiungi al mio Dada

Aggiungi al mio Dada

Condividi i contenuti

De.licio.us
Categorie alimentazione

La dieta vegan è quella con il minore impatto sull’ambiente. Lo spiega l'associazione di consumatori tedesca “Foodwatch”, che il 25 agosto scorso ha pubblicato un report sull'impatto dell'agricoltura e dell'allevamento sull'effetto serra, il primo nel suo genere che confronta anche la metodologia di produzione (agricoltura e allevamento biologici o meno).
Lo studio è stato svolto dall'Istituto tedesco per la Ricerca sull'Economia Ecologica (IOeW), e ha tenuto conto delle emissioni di CO2 risultanti dalla coltivazione dei mangimi per gli animali, dall'utilizzo dei pascoli per l'allevamento e dalle deiezioni prodotte dagli animali stessi. In Italia, questi risultati sono annunciati dal Centro Internazionale di Ecologia della Nutrizione.

“Il risultato che ne emerge – spiegano - è che, come già noto da altri studi, il tipo di alimentazione più ecologista è quella 100% vegetale, vale a dire l'alimentazione vegan. L'alimentazione vegetariana ha un impatto 4 volte più alto, quella onnivora 8 volte più alto. Questo solo per quanto riguarda l'effetto serra, ma va tenuto presente che come impatto ambientale totale contano anche i consumi di acqua, sostanze chimiche, terreni, e l'inquinamento da deiezioni in generale”.

“I numeri. Se confrontiamo le emissioni di gas serra dovute al cibo consumato da una persona per un anno intero, e le esprimiamo come equivalente in km percorsi in auto (è stata presa come esempio una BMW) in un anno, questi sono i risultati numerici dello studio: con una alimentazione vegan e cibi da agricoltura bio si ‘fanno’ 281 km, con cibi da agricoltura convenzionale 629; con una alimentazione latto-ovo-vegetariana da agricoltura bio si percorrono 1978 km, con cibi da agricoltura convenzionale 2427; con una alimentazione onnivora e cibi da agricoluta bio si fanno 4377 km, e con cibi da agricoluta convenzionale 4758”.

“Come si vede – proseguono - l'agricoltura biologica è una scelta molto ecologica, ma solo se si consumano direttamente i vegetali: con un'alimentazione vegan, si possono dimezzare le emissioni di gas serra se si scelgono vegatali da agricoltura biologica. Ma anche con l'agricoltura convenzionale, la scelta vegan batte di molte lunghezze le altre due possibilità. Viceversa, la scelta biologica non è molto rilevante nell'alimentazione onnivora (è quasi insignificante), e nemmeno in quella latto-ovo-vegetariana”.

“È importante notare che non è vero, come in molto credono, che il problema sia solo quello del metano emesso da bovini, pecore e capre durante la digestione: il problema esiste per tutti gli animali d'allevamento, perché è dovuto in larga misura al fatto che per produrre 1 kg di carne è necessario coltivare appositamente una quantità di mangime che va da 4 a 35 volte tanto, con tutti gli sprechi - di energia, acqua, sostanze chimiche, ecc. che questo comporta”.

Qual è la soluzione, e perché non viene messa in pratica?

Il Centro Internazionale di Ecologia della Nutrizione sostiene che i governi abbiano difficoltà con le lobby degli allevatori, che sono esentati dal programma per ridurre l’emissione dei gas serra (nonostante il settore zootecnico sia responsabile del 18% del totale dell'effetto serra, molto di più dell'intero settore dei trasporti che lo è al 13,5%). Inoltre, questo settore continua, come spiega il Centro Internazionale, ad avere sovvenzioni pubbliche e lancia una petizione perché questo non accada più, così che vengano premiate le produzioni con meno emissioni di CO2, quindi sostanzialmente quelle vegetali per il diretto consumo umano, ancora di più se biologiche.

Il Centro Internazionale di Ecologia della Nutrizione ha a questo proposito lanciato una petizione popolare a livello europeo per chiedere esplicitamente l'eliminazione di tutti i sussidi al settore zootecnico, in quanto dannoso per l'ambiente e la salute umana. Qui si può firmare on-line o si possono raccogliere firme su una petizione cartacea.

Fonte: Lo Schermo

Prodotti simbolo della globalizzazione effimera e appiattente, le bibite zuccherose o energetiche che siano. Molte delle quali multinazionali e un po’ belliche: il grosso del mercato è infatti dominato da due colossi statunitensi. Per “divertirci”, riassumiamo i tanti difetti ecologici e sociali di queste bevande a nutrimento zero che spopolano perfino nelle feste ecologiste nostrane e purtroppo anche sui monti sperduti del Sud del mondo.

Culturalmente invasive, arrivano ovunque, sono antinutrienti, sono impoverenti rispetto al bilancio di famiglie povere, sono antisindacali nella fase di produzione, sono assetanti perché drenano acque pubbliche, gravano sui rifiuti perché contenute in lattine o bottiglie usa e getta, sono energivore vista l’imponente catena del freddo che richiedono. E se poi la lattina o la bottiglietta viene lasciata per strada o gettata fuori della raccolta differenziata, non si recuperano nemmeno l’alluminio o la plastica per fare qualcos’altro (caffettiere, biciclette, panchine).

Forse accumulano meno difetti socioecologici delle bibitazze multinazionali, ma sono lo stesso pesantucce per l’ambiente le varie altre bevande a base di frutta, succhi concentrati, succhi diluiti ecc., in tetrapak come in bottiglia o lattina di banda stagnata. Anche quelle producono rifiuti e, a meno che non siano di produzione locale, girano il mondo fra materia prima e confezionamento e distribuzione. Inoltre i succhi e le spremute, pastorizzati perché si conservino, hanno perso buona parte delle vitamine.

Magari più nutrienti in proteine e sali minerali sono i vari tipi di latte, animali o vegetali. Ma attenzione a usarli con larga manica, al posto dell’acqua: a meno che non siano distribuiti alla spina generano quotidiani rifiuti in tetrapak o plastica (e abbiamo detto tante volte che non far rifiuti è molto meglio che riciclarli).

Le alternative davvero light sono tante.

1) Succhi di casa. Fare in casa le spremute fresche di arance italiane (magari comprate con un Gas-Gruppo di acquisto e magari rosse, più buone eppure meno desiderate) è facile, non richiede macchinari (viva lo spremiagrumi manuale) ed è possibile per molti mesi all’anno. Non è poi difficile fare i succhi - di pesca o albicocca, di mela o pera - in casa (vedere su internet o consultare il manuale Le ecoconserve di Geltrude di Stampa alternativa). Una manna per la vista è il succo di mirtillo: acquistare le bottigliette concentrate da diluire sembra costoso ma il prodotto finale diluito ha in litri lo stesso prezzo di una bibita chimica in lattina.

2) La nostra gassosa-nature. Ecco la gassosa naturale autoprodotta e senza brevetto: emulsionare in un bicchiera metà miele e metà limone, poi versare in una bottiglia dal tappo a scatto, riempirla d´acqua e aggiungervi i frizzanti preparati per acqua da tavola; agitare per un po´ ed è fatta.

3) Liquirizia delizia. Squisitezza energetica estiva la «bibita di liquirizia» a freddo: schiacciarne con le pinze da elettricista due bastoncini (di cui fare una scorta grazie a un viaggio in Abruzzo o Calabria o a ordini attraverso gruppi d’acquisto), e immergerli nell’acqua di una caraffa; in frigo per una notte, poi mescolare e servire. I due bastoncini bastano per più di una preparazione.

4) The per tutti i gusti. Il tè freddo, verde o nero, aromatizzato con zenzero a fettine sottili sottili o limone, perché comprarlo già fatto e conservato in bottiglie o bicchierini? Lo facciamo in poco tempo a casa, lo raffreddiamo e ce lo portiamo ovunque in thermos o borraccia!

5) Certo esistono bibite scure e chiare non multinazionali. Alcune - come chinotto, spuma, cedrata, gassosa - sono italianamente storiche e indubbiamente gustose, ma hanno analoghi problemi di involucro e zero nutrimento. Meglio allora il guaranito, la prima soda del commercio equo, prodotta con estratto secco di guaranà dell’Amazzonia brasiliana, zucchero integrale di canna e nient´altro. Testimone di biodiversità, sostegno all’economia degli indios, energetico. Si preparano moltissimi bicchieri con una bottiglia di sciroppo, da preferire indubbiamente alla lattina o alla bottigliona già pronta.

PS. Su birra e vino: ci asteniamo. Ma che siano biologici. Sono un piccolo lusso, non graviamo sull’ambiente concedendocelo.

da Greenreport

Guardo raramente (anzi ancora di meno) la tivvù, ma stasera ho fatto una (felice) eccezione. Per Report, il programma di Raitre, condotto dalla bravissima Milena Gabanelli. La puntata di stasera era dedicata al cibo, o meglio a come influiscano il comportamento e le scelte alimentari sulle sorti del pianeta.

Riporto qui la presentazione della puntata, ripresa dal sito del programma. Sono informazioni secondo me utili per poter scegliere consapevolmente il nostro stile alimentare (e di vita).


Attorno al cibo si gioca una partita decisiva per salvare il pianeta, ma noi occidentali sembriamo non rendercene conto, intenti come siamo a desiderare e servire sulle nostre tavole, in ogni stagione, uva e pomodorini pagati a caro prezzo.

Importare un chilo di asparagi dal Perù o un chilo di ciliegie dall'Argentina che viaggiano in aereo per arrivare nel nostro piatto, significa lasciare nell'atmosfera 6 chili e mezzo di anidride carbonica emessa dai carburanti fossili.

Paghiamo circa 8 euro al chilo le carote grattugiate contenute in una vaschetta di plastica, mentre a chi le produce costano solo 7 centesimi. A questo prezzo esorbitante si deve aggiungere anche il pedaggio che si paga alla natura con il massiccio uso della chimica, con l'inquinamento di aria, terra, acqua. Tutto questo per avere prodotti sempre sulle nostre tavole, ma anche sempre più cari, più scadenti dal punto di vista nutritivo e del sapore.

Sono solo due dei tantissimi esempi nei quali si racchiude l' insostenibilità del modello economico dell'agricoltura e dell'industria del cibo, così come viene concepito in Europa e negli Stati Uniti.

Solo per coltivare, allevare, o produrre quello che diventerà il nostro cibo e portarlo sulle nostre tavole, emettiamo il 30 per cento dei gas serra, secondo i dati dell' Onu del Millennium Ecosystem-Assesment, che fotografa lo stato di salute del pianeta.

L'inchiesta parte dalla domanda: cosa può fare concretamente l'agricoltura per invertire la rotta e salvare il pianeta?

Per rispondere, dobbiamo capire che non si può scindere l'agricoltura dal suo prodotto, il cibo, e come questo è commercializzato e distribuito sui banchi di supermercati e ipermercati di tutto il mondo. Se si vuole cambiare bisogna intervenire su questo tipo di sistema.

E qualcosa si sta muovendo in Italia. Le parole chiave sono: mercati locali, cibi e ristoranti a Km 0, Gruppi di acquisto solidale, agricoltura senza chimica sintetica e riscoperta delle antiche varietà di prodotti. Molti agricoltori stanno dimostrando che un'agricoltura pulita è possibile e non costa di più. E' un cambio di paradigma, ma non c'è più molto tempo se si vuole salvare la nostra salute e quella del pianeta.




===
Per chi volesse approfondire l'argomento, segnalo alcuni articoli:

Mangiare carne inquina
(da Ecplanet)


Meno è meglio (da Disinformazione)


Dal Lancet: Occorre più che dimezzare il consumo di carne
(da Nutrition Ecology Center)

Categorie alimentazione